Chiacchierando con Flavio Manzoni

Chiacchierando con Flavio Manzoni

Classe 1965, nato in una delle isole più belle del Mediterraneo, il sardo Flavio Manzoni è non solo il designer più invidiato del mondo, per la sua posizione alla guida del Design Ferrari, ma anche persona di rara piacevolezza ed eclettismo.
Valerio Cometti ci accompagna a conoscerlo meglio.

VC: Tu sei il fondatore del Centro di Design Ferrari: ti senti più design manager o designer “prima penna”?

FM: ho sempre lavorato molto per ottenere un equilibrio fra le due competenze, ovvero quella creativa, per la quale ho per mia fortuna una capacità innata, e quella manageriale, che supportata da un naturale interesse per gli aspetti tecnici del progetto, ho potuto maturare nel ruolo di direttore creativo già dal lontano 2001 in Lancia e successivamente come Direttore Creative Design del gruppo VW.
Rapidità decisionale, gestione ottimale delle risorse creative, coordinamento delle varie fasi di progetto, sono competenze imprescindibili quando si vuole esprimere creatività in un ambito ad alta complessità come quello delle Rosse di Maranello.

VC: nella professione del car designer, qual è il valore aggiunto dell’essere architetto?

FM: Ho avuto la grande fortuna di crescere in una famiglia che mi ha insegnato il valore della curiosità e della cultura interdisciplinare (del “lateral thinking” si direbbe oggi), permettendomi di cimentarmi in ambiti ed arti molto lontani fra di loro, dalla musica al disegno, appunto. La mia tesi di laurea in architettura verteva sull’disegno industriale e sull’automobile e questo mi ha aperto le porte di Lancia. Cultura ed eclettismo permettono di mantenere un respiro molto ampio nell’affrontare le problematiche della mia professione, riuscendo spesso ad andare ad attingere a soluzioni e suggestioni meno prevedibili, perché contaminate da ambiti non esclusivamente legati al mondo del car design.

VC: nella definizione del design di una Ferrari, qual è il vincolo tecnico che trovi maggiormente frustrante?

FM: Personalmente ritengo che, in un progetto, i vincoli siano una straordinaria fonte di spinta all’innovazione. Penso solo a quanti stimoli riceviamo dai nostri colleghi dell’aerodinamica, i quali, ti assicuro, ci impongono vincoli straordinariamente restrittivi, ma proprio per questo ci obbligano ad individuare delle soluzioni inedite che spesso hanno portato a degli autentici salti in avanti nella definizione delle forme delle nostre vetture. Detto questo, devo ammettere che i pur doverosi e imprescindibili vincoli dati dalle norme di sicurezza costituiscono un non trascurabile fardello progettuale, un tempo pressoché assente.

VC: dimmi una vettura del passato che ti piacerebbe aver disegnato.

FM: è una domanda non semplice perché sono numerose le vetture per cui provo ammirazione. Sicuramente la Ferrari P3/P4 del 1966, autentico ed immortale capolavoro di proporzioni. Per la sua originalità e sensualità ancor oggi mi volto a guardare la Jaguar E-Type, mentre tornando a Maranello, ammetto di avere un debole per la meravigliosa Dino 246!

VC: dimmi una vettura del passato attuale, al di fuori della gamma Ferrari, che ti piacerebbe aver disegnato.

FM: Ti sorprenderai, ma risponderò dicendoti Range Rover Evoque. Al di sotto della linea di cintura si ritrovano i solidi volumi tipici di un fuoristrada, mentre al di sopra c’è un compatto e filante abitacolo, quasi sportivo grazie al basso padiglione: al suo lancio tale giustapposizione era realmente innovativa, nonché riuscitissima.

VC: sotto la tua gestione noto una rassicurante presa di distanza da pulsioni “retrò”, vedo anzi una costante tensione all’innovazione, sia funzionale che formale. Sbaglio o confermi?

FM: non sbagli, poiché sono professionalmente ed umanamente stanco dell’abuso dei concetti di “revival” e “vintage”, che diventano comodi alibi per giustificare la perdita di spinta creativa. Non puoi immaginare quante volte mi sia stato chiesto “perché non rifate la GTO o la Testarossa?”. La mia risposta è sempre: “Perché dovremmo limitarci a ridisegnare un successo di cinquant’anni fa?”. La vera sfida è disegnare le nuove icone del futuro, creare i sogni dei prossimi 50 anni, non rileggere le icone del passato.
Il futuro è nelle mani di chi lo sa anticipare…

VC: al di fuori del mondo dell’automobile, esiste un professionista che ritieni degno di ammirazione?

FM: tra i tanti mi viene in mente Santiago Calatrava. La sua opera si riallaccia a quella di un altro mio “eroe del progetto”, Pier Luigi Nervi, del quale ho sempre ammirato la capacità di sintetizzare prestazione ingegneristica ed armonia estetica. Calatrava ha saputo proseguire ed ampliare questo approccio, producendo architetture in grado di essere al contempo delle grandi opere d’arte.

VC: se tu non ti occupassi di ‘car design’, da quale altro ambito del design ti sentiresti maggiormente attratto?

FM: non esiste uno specifico ambito, perché del design di prodotto mi piace proprio la varietà, il potersi confrontare con vincoli, manifatture, esigenze profondamente diversi da progetto a progetto.

VC: concedimi un’ultima domanda, ma come vivi il tuo status di “designer più invidiato del mondo”?

FM: (scoppia a ridere) Non credo di essere il designer più invidiato del mondo!! Non lo dico per falsa modestia e peraltro devo ammettere di non essermi mai soffermato sulla questione in questi termini. Sicuramente avverto ogni giorno un senso di grande responsabilità, ma non riesco a pensare a questo ruolo nel senso del beneficio personale. Ho una grande responsabilità verso il mio team, verso questa grandissima Azienda e verso un’eredità di valori e conseguimenti estremamente ricca e senza pari.

VC: grazie Flavio e buon lavoro, è stato un piacere chiacchierare con te….ma permettimi di essere in disaccordo con la tua ultima risposta!!

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