A questo punto la questione torna inevitabilmente al design del volto, non solo come problema tecnico o estetico, ma come scelta culturale. Perché se la fiducia passa anche dall’aspetto, forse la vera domanda non è quanto un robot debba somigliare a noi, ma se il volto giusto per un robot sia proprio quello umano.
Quale sarà il vero volto dei robot?

Oggi stiamo costruendo robot umanoidi senza aver ancora deciso che cosa dovrebbero davvero sembrare o rappresentare. Tutto questo è probabilmente il segnale più importante dello stato attuale del settore e non solo un dettaglio estetico.
A differenza di altre tecnologie come automobili, smartphone o computer, che nel tempo hanno sviluppato linguaggi di design abbastanza consolidati e riconoscibili, i robot umanoidi sono ancora in una fase completamente fluida e di sperimentazione.
Non esiste uno stile dominante, né una grammatica condivisa, ogni azienda sta testando una propria idea di “forma dell’intelligenza incarnata”, come se ci trovassimo di fronte a tante industrie parallele che non si sono ancora accordate su cosa stiano costruendo e presentando al mercato, che, d’altronde non è altro che un gruppo di persone, di umani.
Questa frammentazione diventa evidente quando si guardano i principali attori del settore, anche alla luce di quanto già emerso nel precedente V12 Observatory del CES 2026, dove la distinzione tra robot dimostrativi e robot realmente operativi è diventata sempre più netta.
(Te lo sei perso? Vai all’articolo completo👇)
Il mondo industriale: dove contano efficienza e affidabilità
Da una parte c’è il mondo industriale, dove il design si subordina alla funzione e all’integrazione nei processi. Un esempio interessante è Calvin di Renault, un umanoide per la logistica che rinuncia alla testa per abbassare il baricentro e migliorare stabilità e sicurezza operativa. Qui il design non cerca l’umano, ma lo evita quando diventa un vincolo.

Sempre in ambito industriale, Figure AI rappresenta invece il tema della scalabilità. Il robot è stato testato in un anno di attività reale presso BMW per operazioni di linea come il carico di componenti metallici. L’esperimento ha mostrato non solo la fattibilità tecnica, ma anche la velocità di ramp-up industriale, passando da circa un robot al giorno prodotto all’inizio del test, fino a una proiezione vicina a un robot all’ora entro fine anno. Un cambio di scala che trasforma il robot da prototipo a sistema produttivo vero e proprio.
La vera sfida si gioca in casa
Dall’altra parte troviamo invece un approccio quasi opposto, quello dei robot per ambienti condivisi e domestici, dove il problema, oltre che funzionale, è anche profondamente relazionale.
Qui entra in gioco 1X Technologies, che con il suo approccio al robot domestico cerca di risolvere uno dei problemi più difficili: come inserire una macchina autonoma in uno spazio intimo senza renderla invasiva? Il design deve per forza farsi più morbido, più contenuto, quasi discreto, come se il robot dovesse imparare prima a non disturbare che a impressionare i proprietari di casa.

Anche UBTECH Robotics lavora su una direzione simile, con robot pensati per l’interazione sociale e l’educazione, dove l’aspetto si avvicina all’umano, ma senza spingersi completamente nel realismo.

Emerge una delle sfide più interessanti e ancora irrisolte dell’intero settore: il volto.
Non esiste oggi un consenso su quanto un robot debba somigliare a un essere umano. Alcuni approcci puntano a un realismo quasi teatrale e altamente espressivo, altri preferiscono interfacce digitali stilizzate, altri ancora eliminano del tutto la faccia per evitare ambiguità emotive.
Tra questi due estremi si collocano poi le strategie ibride. Tesla con Optimus continua a mantenere un’estetica volutamente neutra, sospesa tra industria e ambiente domestico, mentre Engineered Arts, con Ameca, esplora il lato più espressivo e relazionale, dove il robot diventa quasi un’interfaccia comunicativa.

In tutti questi casi, Figure AI, Tesla, 1X Technologies, Boston Dynamics, UBTECH Robotics e altri player del settore non stanno semplicemente competendo su prestazioni e funzionalità, ma stanno esplorando direzioni estetiche profondamente diverse, come se ogni azienda stesse progettando una possibile specie alternativa di umanoide, senza sapere ancora quale diventerà lo standard.

La fiducia come ultima interfaccia
Nessuna di queste soluzioni ha ancora vinto sulle altre, evidenziando quanto il problema non sia tecnico, ma culturale e sociale.
Forse i robot hanno già tutte le carte in regola per risolvere mansioni, svolgere attività e prestarci le loro competenze tecniche, ma se non avranno l’aspetto giusto, quello che ci convincerà a fidarci di loro, ad aprigli la porta di casa, allora forse quelle competenze non entreranno mai nelle nostre case e forse nemmeno in contesti lavorativi più umani. Tra macchine, i robot lavorano già benissimo, ma a fianco di una persona in carne ed ossa, tutto cambia.
È in questa direzione che si muovono anche aziende come Shift, che stanno affrontando il problema da un’altra prospettiva. La start-up raccoglie dati facendo svolgere gratuitamente attività di pulizia domestica in abitazioni reali, registrando con videocamere i gesti, i movimenti e il modo in cui le persone interagiscono con gli spazi. L’obiettivo non è semplicemente insegnare ai robot come pulire, ma come muoversi con naturalezza nelle case, evitare di creare danni o disagio e imparare quei comportamenti che aumentano le probabilità di essere accettati nella vita quotidiana.

Tutto sta accadendo talmente in fretta che forse un giorno, e nemmeno tra troppo tempo, sarà solo questione di decidere quale “presenza artificiale”, alla fine, diventerà normale.
Un segnale concreto arriva anche da UBTECH Robotics, che ha aperto i pre-ordini per la nuova serie U1, umanoidi con volto in silicone pensati per la compagnia domestica. In sole 48 ore sono state registrate circa 13.000 prenotazioni, con una caparra di circa 400 euro e prezzi compresi tra 15.000 e 120.000 euro a seconda della configurazione. Numeri che spostano il discorso dal prototipo alla domanda reale di mercato.



